chi siamo

Introduzione
La Confederazione Generale Italiana del Lavoro è un’associazione di rappresentanza dei lavoratori e del lavoro. È la più antica organizzazione sindacale italiana ed è anche la maggiormente rappresentativa, con i suoi circa 6 milioni di iscritti, tra lavoratori, pensionati e giovani che entrano nel mondo del lavoro.

La CGIL svolge un importante ruolo di protezione del lavoro dal libero e incondizionato funzionamento del mercato. Lo fa attraverso l’opera incessante di costruzione e ricostruzione della solidarietà nel lavoro e tra i lavoratori, attraverso la pratica quotidiana fatta dall’impegno concreto di rappresentanza e di contrattazione. Quando è nata nel 1906 - ma le prime Camere del lavoro risalgono al 1891 - aveva duecentomila aderenti. Da allora ha mantenuto la doppia struttura: verticale, costituita dalle federazioni di categoria, e orizzontale, attraverso le Camere del lavoro. Attualmente le categorie nazionali sono 13 mentre le Camere del lavoro in tutto il territorio nazionale sono 134.

La sua storia è profondamente intrecciata alla storia del Paese: stipula, attraverso le organizzazioni di categoria, i contratti di lavoro e svolge allo stesso tempo un’azione di tutela, finalizzata a difendere, affermare e conquistare diritti individuali e collettivi, che vanno dai sistemi di welfare ai diritti sul posto di lavoro. La CGIL è affiliata alla Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) e alla Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi).

Origini della camera del lavoro di Grosseto
Il movimento sindacale maremmano nacque sul finire dell’800 nella seconda metà degli anni 901. Dopo le prime forme di associazionismo operaio costituite dalle Società Operaie di mutuo soccorso o Fratellanze artigiane sorte un po’ ovunque, anche nel territorio maremmano dopo l’unità d’Italia, con scopi assistenziali e sostenute dalle forze più moderate, sul finire dell’800 presero vita ad opera dei socialisti le prime organizzazioni sindacali in senso proprio.

La prima Camera del lavoro venne costituita nel 1896 a Massa Marittima, notevole centro di produzione mineraria caratterizzato da vive tradizioni politiche, per il patrocinio dei lavoratori del bacino minerario. Tra i fondatori Gaetano Poli maestro elementare, Garibaldo Betti, Telemaco Nistri, Giovanni Civilini, Giovanni Gattoli e altri. Negli intenti statutari vi era la difesa degli interessi di tutti i
lavoratori senza distinzioni politiche mediante l’istruzione, l’assistenza legale, il sostegno in caso di malattia, il controllo del mercato del lavoro.

Negli stessi anni venivano gettate le basi per la costituzione di una Camera del lavoro a Grosseto. In una conferenza tenuta nel dicembre 1897 nei locali della Società operaia di Grosseto, Gaetano Poli dimostrava l’importanza di quella organizzazione per la concreta difesa dei lavoratori. Con la raccolta delle adesioni avvenuta presso la Cooperativa Braccianti e Badilanti, il 2 gennaio 1898 la Camera del lavoro di Grosseto era istituita. Pochi mesi dopo, come è noto, la repressione legata ai tumulti del 1898 portò allo scioglimento di tutte le associazioni sindacali e dei circoli repubblicani e socialisti.

Nel primo quindicennio del ‘900 in un quadro più favorevole alla politica sociale, si assiste ad un faticoso processo di riorganizzazione sindacale: la ricostituzione delle leghe dei minatori paese per paese, la costituzione della Federazione nazionale dei minatori nel 1903 e della Confederazione provinciale del lavoro nel 1911, la ricostituzione delle Camere del lavoro di Orbetello, Massa Marittima e Grosseto.

Nel primo dopoguerra fino al 1920 sullo sfondo di un generale incremento delle organizzazioni sindacali, si verificava nel territorio maremmano un maggiore coordinamento nelle strutture delle leghe contadine, riorganizzate nella Federterra dal 1918, e dei minatori che contemporaneamente alle rivendicazioni della terra riuscivano ad ottenere in questo tumultuoso periodo di crescita qualche significativo miglioramento.

L’affermarsi del movimento fascista nel territorio maremmano richiama insieme ad altri episodi di violenza, l’occupazione di Grosseto nel giugno 1921 e la devastazione della sede sindacale, oltre alle sedi di partito e circoli ricreativi, con la conseguente distruzione della documentazione prodotta dal movimento sindacale fino ad allora. La legislazione del regime, come è noto, sancirà con la legge 3
aprile 1926 n° 563 la fine del sindacato libero, già estromesso da tempo dall’azione dei sindacati fascisti. Il secondo dopoguerra porterà alla riorganizzazione del movimento sindacale dell’Italia liberata su base unitaria secondo le intese dei tre grandi partiti dell’antifascismo firmate a Roma il 3 giugno 1944.

Competenza territoriale e struttura periferica
Dalla rifondazione, nel dopoguerra, la Camera del Lavoro di Grosseto ebbe la competenza territoriale su tutta la provincia. Tale competenza rimase inalterata anche dopo la scissione sindacale del 1948, che segnò la fine del sindacato unitario voluto dalle forze politiche dell’antifascismo e il sorgere della Cisl e della Uil.

La struttura periferica era articolata a livello orizzontale in camere del lavoro mandamentali, comunali e locali con funzioni di coordinamento territoriale delle strutture verticali periferiche che erano costituite dalle leghe delle categorie e dalle sezioni sindacali aziendali.

Le caratteristiche del territorio maremmano si esprimevano nelle organizzazioni maggiormente rappresentate facenti capo ai minatori e ai contadini. Le miniere e le campagne, infatti, oltre a costituire gli elementi portanti dell’economia maremmana erano i due punti di forza del movimento sindacale di questo territorio, scarsamente vocato ad altri settori. Il movimento contadino si ricostituì nella provincia essenzialmente con una organizzazione mezzadrile, la Federmezzadri, e una bracciantile, la Federbraccianti, coordinate dalla Confederazione dei lavoratori della terra o Confederterra. Molto più difficile e tormentata risultò l’organizzazione dei Coltivatori diretti che, sia pure in netta minoranza rispetto alle altre due confederazioni, avevano aderito negli anni dell’unità sindacale alla Confederterra.

Sul territorio il movimento contadino si sviluppò su base aziendale, comunale e di zona attraverso la formazione di Leghe. Nell’immediato dopo guerra, all’interno delle grandi tenute vennero costituiti i Consigli di fattoria, organismi unitari, composti da mezzadri, operai e braccianti, con la funzione di promuovere le vertenze dirette al miglioramento delle condizioni di vita nelle aziende agricole. Con l’applicazione in maremma della legge della riforma agraria negli anni ’50, mentre si assisteva alla crisi del modello mezzadrile e alla trasformazione delle tradizionali figure agricole (braccianti, salariati, affittuari), emergeva una nuova categoria sociale quella degli Assegnatari che ben presto costituirà una nuova organizzazione di categoria: l’Associazione autonoma degli Assegnatari.

Era ormai iniziato un lungo processo di trasformazione del sindacalismo contadino che già all’inizio degli anni ’60 vedrà l’affermazione dell’Alleanza dei Contadini – organizzazione autonoma dei coltivatori diretti cioè fittavoli, coloni, enfiteuti, piccoli proprietari e assegnatari – e il declino della Confederterra. La trasformazione delle campagne e il conseguente cambiamento di equilibri costituirà
una svolta fondamentale per l’organizzazione sindacale contadina legata alla Cgil, che vedrà profondi mutamenti.

Gli anni della rifondazione sindacale del dopoguerra, sul versante delle miniere, videro la Federazione dei Minatori riorganizzarsi faticosamente ma con forza crescente attraverso le Leghe organizzate paese per paese, caratteristica peculiare del sindacato maremmano organizzato sul luogo di residenza piuttosto che su quello di lavoro.

Costituita l’11 febbraio 1945 in un convegno tenuto a Ribolla, la Federazione Provinciale dei Minatori e Cavatori fu inquadrata a livello nazionale nella Fimec (Federazione Italiana Minatori e Cavatori). In seguito alla scissione sindacale del 1948 venne costituita la Filie Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Industrie Estrattive) in cui la categoria dei minatori rimase fino a che nel 1968 passò nella Fillea (Federazione Italiana Lavoratori del Legno, Estrattive e Affini) dove rimase fino al 1973 per poi passare alla Filcea (Federazione Italiana Lavoratori Chimici e Affini).

L’organizzazione dei minatori, che conquistò ben presto una forte autonomia trovando spazi di manovra spesso in contrasto con un certo atteggiamento tutorio della camera del lavoro, generava con la sua struttura articolata per paese una forte integrazione con la vita del paese stesso e un tenace sodalizio tra gli abitanti. L’importanza vitale che l’attività mineraria ha avuto per l’economia di gran parte dei comuni dell’alta maremma ha finito per trasformare non solo il volto di molti antichi paesi, ma anche l’assetto del territorio con la creazione di nuovi centri di vita sorti intorno alla miniera come i villaggi minerari di Ribolla, Niccioleta, Bagno di Gavorrano, Baccinello. Sono evidenti le forti ripercussioni che la vita di miniera ha prodotto nel modo di vivere della popolazione di questi paesi i cui ritmi di vita erano scanditi sul ritmo del turno di lavoro «… pensate ad un paese sempre sveglio, a gente che parte e ritorna, a gente stanca dal lavoro e a gente stanca di aspettare …».

C’era una profonda coesione tra gli interessi dei minatori e quelli della maggior parte della popolazione e questo costituiva, come è stato osservato, una grande forza che imprimeva al movimento dei minatori i caratteri di un vero movimento popolare, capace di farsi interprete dei bisogni più sentiti dalla popolazione: come si rileva in tutta evidenza nella lotta dei cinque mesi. Ma a questa caratteristica di forza da un punto di vista sociale corrispondeva una notevole debolezza all’interno della miniera, sul versante delle relazioni industriali, dove la controparte manteneva sempre un forte potere politico. Qui i rapporti sindacali erano estremamente difficili anche a causa dell’organizzazione del lavoro che rendeva arduo il contatto tra i lavoratori isolati in gruppi minimi estrattivi perfino di due persone e in ogni caso soggetti ad una continua sorveglianza.

La necessità di porre rimedio a questa debolezza con un maggiore coordinamento e una maggiore capacità di penetrazione, per fare arrivare la politica del sindacato sul luogo di lavoro, venne messa a fuoco gradatamente, man mano che il sindacato si avviava in un processo di maturazione nel quale, lasciandosi alle spalle la propria identità di movimento popolare, assumeva le caratteristiche più proprie e individuava con più chiarezza i propri limiti. Questi limiti del resto venivano, in un certo senso, sottolineati dal ruolo importante rivestito all’interno delle miniere dalle Commissioni Interne, organismi unitari costituiti fin dai primi mesi del dopoguerra in rappresentanza di tutti i lavoratori.

Non a caso, infatti, queste proprio per il loro rapporto diretto con gli operai sul posto di lavoro riuscivano con maggiore efficacia a recepire le istanze reali dei lavoratori e a interpretare le spinte provenienti dalla base facendosi portavoce delle esigenze anche più spicciole. Questo le rese in grado di sollevare di propria iniziativa ogni tipo di rivendicazione sollecitando l’intervento dei sindacati provinciali ad aprire le vertenze con l’Associazione degli Industriali.

Nei primi anni ’50 la riflessione sui caratteri della struttura organizzativa sentita come inadeguata era ormai aperta, mentre emergeva l’esigenza di avere una rappresentanza sindacale interna all’azienda, per favorire un più stretto rapporto con i lavoratori, espressa con la necessità di costituire i Comitati sindacali di fabbrica.

Come è noto, la vicenda del movimento dei minatori maremmani, che negli anni ’50 aveva raggiunto momenti di estrema vitalità, si avviava a partire dagli anni ’60 ad un progressivo processo di marginalizzazione. In quegli anni, mentre veniva attuato un processo di modernizzazione mediante l’introduzione delle innovazioni tecnologiche nelle miniere di pirite, la figura professionale del minatore
così come era caratterizzata dalla tradizione e dall’esperienza iniziava a perdere la propria identità e con essa il proprio ruolo sociale e la forza collettiva che l’aveva resa protagonista. In questo processo involutivo si innestano le vicende dell’industria estrattiva maremmana, legata in massima parte alla Montecatini poi Montedison e la riqualificazione del settore chimico operata sullo sfondo degli indirizzi della politica industriale nazionale. La crisi degli ultimi anni ha portato, infine, con la chiusura totale delle miniere maremmane alla scomparsa della figura del minatore.

Nel 1973 i minatori passarono alla Filcea Federazione italiana lavoratori chimici e affini e questo segnò la svolta decisiva per la Federazione. La connessione dei problemi dei minatori con quelli dell’industria chimica costituirono il riflesso del ruolo secondario ricoperto in quegli anni dai minatori rispetto al polo chimico, che raccoglieva ormai tutte le speranze di occupazione. Ma i disagi dell’economia maremmana nel settore chimico minerario restarono non indifferenti. Alcune questioni controverse come l’intervento e le proposte programmatiche dell’EGAM Ente Gestione Aziende Minerarie, costituito per la gestione delle attività minerarie appartenute alla Montedison, rievocano solo alcuni degli aspetti complessi del mondo del lavoro in maremma e dei suoi processi di trasformazione in questo settore.

Negli anni ’70, la struttura periferica della Camera del Lavoro in seguito allo sviluppo della politica unitaria tra Cgil, Cisl, Uil, veniva modificata interessando, in modo particolare, le articolazioni unitarie quali i Consigli di fabbrica - che sostituirono le CIF Commissioni Interne di Fabbrica - e i Consigli di Zona.

Nel 1972 veniva inoltre costituita la Federazione provinciale unitaria Cgil, Cisl e Uil.

Gli anni ’80 segnarono l’inizio della vera riforma organizzativa sulla base delle decisioni prese dalle tre confederazioni sindacali nel convegno di Montesilvano nelle giornate dal 5 al 7 novembre 1979. La struttura organizzativa venne articolata in 5 livelli di cui 3 - nazionale, regionale, comprensoriale - a carattere distinto rispetto a ciascuna confederazione, mentre gli ultimi 2 - zonale e di fabbrica – a carattere unitario.

Gli aspetti più significativi della riforma furono il ruolo direttivo e non più di semplice coordinamento che venne attribuito alla dimensione regionale e il superamento delle strutture a base provinciale e la costituzione dei comprensori diretti a realizzare il decentramento delle istituzioni. Secondo gli intenti del convegno di Montesilvano, il comprensorio doveva costituire il livello primario di direzione e di raccordo delle politiche sindacali territoriali con una struttura politicamente autosufficiente e dotato di autonomia finanziaria. All’interno di ciascun comprensorio dovevano essere individuate le aree dei consigli di zona.

Dunque, sulla base della riforma organizzativa quello che avrebbe dovuto essere il XII° congresso della Camera confederale del lavoro provinciale fu invece il I°congresso della camera del lavoro comprensoriale, tenuto a Grosseto nell’aula magna dell’I.T.C. nei giorni 18 - 20 giugno 1981.

Gli ambiti territoriali della nuova Camera del Lavoro comprensoriale, come afferma la relazione del segretario G.Franco Filippini24 al I° congresso comprensoriale, avrebbero dovuto essere quelli tracciati dalle tre associazioni intercomunali delle «Colline metallifere», «Area grossetana» e «Colline dell’Albegna».

I comuni amiatini della provincia di Grosseto della associazione intercomunale «Amiata» insieme a quelli del versante senese avrebbero dovuto costituire il Comprensorio Amiata che, dal I° gennaio 1982, sembra assumere la piena autonomia anche sul piano finanziario e amministrativo (Camera del Lavoro Territoriale Amiata Abbadia S. Salvatore (SI)). C’è da notare che gli ambiti territoriali del comprensorio Cgil non coincisero con quelli Cisl e Uil poichè queste due organizzazioni inclusero i comuni dell’associazione intercomunale «Colline metallifere» nel comprensorio di Piombino.

In realtà, la riforma organizzativa su base territoriale più ristretta rispetto ai confini provinciali non ebbe una effettiva realizzazione, dopo una serie di dichiarazioni di intenti il comprensorio di competenza della Camera del Lavoro territoriale di Grosseto comprese tutti i comuni della Provincia esclusi quelli dell’Amiata (Castel del Piano, Seggiano, Arcidosso, S.Fiora, Castellazzara) che per alcuni anni formarono un comprensorio autonomo. Poi, dal 1988, l’ambito territoriale riprese la consueta struttura su base provinciale.

Organismi direttivi, strutture e servizi
Se dallo statuto della Cgil si rileva in generale l’articolazione della struttura del sindacato nei suoi vari livelli, più difficile è ricostruire la struttura della Camera del lavoro di Grosseto data l’assenza di documentazione coerente sulle strutture operative.

Come è noto, il massimo organo deliberante della Camera del lavoro provinciale è il congresso. Il congresso oltre a definire le strategie su cui improntare l’iniziativa sindacale, elegge l’organismo direttivo che fino al 1960 viene denominato Commissione esecutiva. Dalla relazione di attività dal 6° al 7° congresso provinciale dal 26 marzo 1960 risulta l’esistenza oltre che della Commissione esecutiva
anche del Comitato direttivo e del Consiglio delle leghe: «Gli organi direttivi della CCdL hanno funzionato regolarmente: vi sono state 84 riunioni della Commissione esecutiva, 10 riunioni del Consiglio delle Leghe e 15 riunioni del Comitato direttivo». L’esistenza dei tre organi è inoltre testimoniata dall’unico registro dei verbali conservato25 dal 1956 al 1959. Del resto, la documentazione
relativa all’attività di questi organi così scarsa e frammentaria per quanto riguarda la Commissione esecutiva e il Comitato direttivo, è del tutto assente per quanto riguarda il Consiglio delle leghe.

E’ probabile che si identifichi con quello che negli statuti viene denominato fino al 1969 Consiglio generale provinciale dei sindacati e delle leghe, organo collaterale e non eletto dal congresso nel quale
erano rappresentate le articolazioni verticali della Ccdl provinciale. Previsto negli statuti all’inizio come un organo di direzione generale e di orientamento tra un Congresso e l’altro, poi dal 1960 solo come un organo consultivo e di orientamento, non compare più nello statuto del 1981.

La responsabilità della direzione operativa della Camera del Lavoro spetta alla Segreteria che viene nominata dal Comitato Direttivo. Fra i membri della Segreteria, tra cui viene nominato il Segretario generale, avviene la suddivisione dei vari compiti operativi che costituiscono le competenze della Camera del Lavoro.

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